Sebbene fosse ormai buio pesto, la facciata anteriore della stazione era in qualche modo illuminata dal tremolante riverbero di un vecchio lampione arrugginito. Il frate varcò il cancello d’ingresso, fece il giro dell’edificio e si sedette sulla banchina in pietra che dava sui binari abbandonati. Il cielo si fece nero come pece, a fatica rischiarato dal brillio delle stelle, mentre padre Gaius estraeva il suo rosario in legno ed iniziava a salmodiare le sue orazioni.
Era passata solo mezz’ora quando udì, in lontananza, il fischio di una locomotiva a vapore. Il frate si alzò in piedi e fissò a lungo in direzione di Caselle, da dove pareva giungere il rumore. Di lì a poco avvertì distintamente lo sferragliare di un treno in avvicinamento e le vibrazioni del terreno sotto i suoi piedi. Come si aspettava vide apparire il fanale anteriore di una locomotiva, che si fece strada tra la fitta vegetazione, dirigendosi verso la stazione.
Il convoglio fischiò nuovamente ed iniziò a rallentare, con uno stridio di freni quasi insopportabile. Padre Gaius vide letteralmente materializzarsi dal nulla le rotaie in un punto in cui erano state rimosse, per consentire il passaggio di quel treno demoniaco.
La locomotiva nera si fermò proprio davanti a lui ed il monaco poté leggere senza sforzo le lettere in caratteri gotici incise lungo la fiancata del mezzo:
BLUT * BERLIN * 1879
Una dozzina di vagoni seguiva la locomotrice, vagoni dai finestrini fiocamente illuminati da un’iridescenza malsana. Lo sportello di uno dei vagoni si aprì con un cigolio, rivelando un interno scuro come un pozzo senza fondo.
“Come gli occhi di un demonio” pensò il frate.
Dall’interno si udirono passi strascicati e un attimo dopo emerse dal treno una figura grottesca. Si trattava di un uomo con addosso una sbrindellata divisa da ferroviere, su cui rilucevano debolmente file di bottoni d’ottone; al posto del viso biancheggiava un teschio dalla mandibola disarticolata e penzolante e sul cranio era sistemato alla bell’e meglio un cappello rosso munito di visiera. L’essere barcollò sul predellino della vettura, mettendo faticosamente piede sulla banchina consunta della stazione, dove si immobilizzò, come una marionetta messa in disparte dal burattinaio.
Padre Gaius gli si avvicinò con cautela, osservando con una smorfia di disgusto la giacca lacerata, attraverso i cui strappi era possibile intravedere il biancore delle costole. Dalle orbite vuote prese il volo un maggiolino nero, che ronzò via rumorosamente, passando accanto ad un orecchio del monaco.
Il religioso rimase per un attimo a fissare quel cadavere semovente, quindi, con un sospiro, lo oltrepassò e salì a bordo del vagone, venendo immediatamente investito da una zaffata di odori che riuscì solo in parte a identificare: legno marcio, acqua putrida, ruggine, carne in decomposizione.
«Cologna Veneta!» tuonò una voce cavernosa alle sue spalle, proveniente dal corpo del ferroviere «Stazione di Cologna Veneta! signori, in carrozza!».
Il vagone era immerso nell’oscurità, un’oscurità rotta solamente dalla flebile luce delle stelle che filtrava attraverso i luridi finestrini della carrozza. Il frate proseguì alla cieca fra le file di sedili in legno, avanzando a tastoni verso un debole lucore che intravedeva in fondo al corridoio. Possibile che si trattasse di luce elettrica?
Un secondo dopo uno scossone lo destabilizzò al punto da farlo quasi cadere a terra. Il treno emise un assordante fischio e le ruote arrugginite iniziarono a muoversi, scivolando su binari che non esistevano più da decenni. Alle spalle del frate si udirono nuovamente dei passi strascicati ed un attimo dopo apparve lo scheletro in uniforme, caracollante come un ubriaco. Pareva quasi fosse mosso da fili invisibili, preda di un perverso ed onnipotente marionettista.
«Biglietti, signori» gracchiò la creatura, avanzando verso padre Gaius «Ricordiamo che è prevista una sanzione per i passeggeri sprovvisti di biglietto».
Il monaco, iniziando a sudare per il nervosismo, gli voltò le spalle e aumentò il passo, raggiungendo quasi di corsa la porta in fondo alla carrozza, da sotto la quale filtrava uno spiraglio di luce.
Il monaco emise un rantolo quando si avvide che la porta rugginosa era sprangata e che non intendeva cedere alle sue pur furiose e ripetute spallate.
«Biglietti!» gridò ancora il ferroviere-cadavere, allungando una mano scheletrica verso uno dei sedili in legno, da qui strappò con forza insospettata un’asse alla cui estremità riluceva un chiodo appuntito «È prevista una sanzione!».
Padre Gaius si gettò ancora una volta contro la porta, che finalmente emise un sommesso scricchiolio; prese una breve ricorsa e ritentò nuovamente. La porta si divelse dai cardini con un gran frastuono ed il monaco si ritrovò all’aria aperta, sulla piattaforma circondata da ringhiera che separava un vagone dall’altro.
«Biglietti!» ringhiò nuovamente alle sue spalle lo scheletro, ormai vicinissimo alla porta, mentre il frate, con il vento che gli scompigliava i capelli neri, era salito in piedi sulla ringhiera, saltando con risolutezza verso la piattaforma del vagone successivo.
Vi atterrò in piedi e una volta lì non perse tempo a voltarsi, ma allungò subito la mano verso la maniglia d’ottone dello sportello che conduceva all’interno della carrozza. Fortunatamente la trovò aperta.
Dentro l’aria era impregnata da un odore più dolciastro rispetto a quello che aleggiava nel vagone precedente; non vi regnava un buio assoluto, ma una tenue illuminazione soffusa era assicurata da lampade a gas assicurate al soffitto della carrozza.