In effetti si alzarono per un attimo mentre uscivamo dalla galleria orribilmente scolpita e sboccavamo nella grande caverna. In quel modo, gettando un ultimo e disperato sguardo alle nostre spalle, riuscimmo a intravedere per la prima volta l'essere che ci inseguiva; qualche secondo dopo riducemmo al minimo la potenza della torcia e ci mescolammo ai pinguini nella speranza di evitare l'inseguimento. Se il fato che ci protesse fu benigno, quell'unica occhiata alle nostre spalle ebbe un effetto diametralmente opposto. Infatti, a ciò che intravedemmo per un attimo possiamo attribuire una buona metà del terrore che ci perseguita da allora in poi.
Il motivo per cui ci guardammo indietro fu dettato, forse, dall'antichissimo istinto della preda di indovinare la natura e il percorso seguito dall'inseguitore; o forse dal tentativo automatico di rispondere a una domanda posta, a livello inconscio, da uno dei nostri sensi. Impegnati nella fuga, con tutte le nostre facoltà centrate sul problema di salvarci, non eravamo in grado di osservare e analizzare i particolari; anche così, tuttavia, le nostre cellule cerebrali devono essersi interrogate su un certo messaggio che arrivava dalle narici. In seguito ci saremmo resi conto del problema: il nostro allontanamento dalle carcasse decapitate e coperte di limo e il relativo avvicinarsi dell'inseguitore, non avevano prodotto alcun avvicendamento negli odori, come pure sarebbe stato logico. Intorno alle creature morte il nuovo fetore, ormai inspiegabile, dominava su tutto; ma a quel punto avrebbe dovuto cedere il posto all'altro indescrivibile odore, quello che associavamo agli Antichi. Ciò non era avvenuto: anzi, il nuovo e più insopportabile puzzo regnava assoluto, facendosi a ogni istante più ributtante e deleterio.
Dunque ci guardammo alle spalle. Nello stesso istante, pare, benché il movimento improvviso dell'uno debba aver indotto l'altro a imitarlo. Nel fare ciò proiettammo entrambe le torce, a piena potenza, verso la nebbia che in quell'attimo si diradava; forse fu per l'ansia primitiva di vedere tutto ciò che potevamo, o forse per lo sforzo – meno primitivo ma altrettanto inconscio – di abbagliare l'essere che ci inseguiva prima di oscurare le torce e gettarci fra i pinguini che popolavano il centro del labirinto, davanti a noi.
Mossa infelice! né Orfeo né la moglie di Lot pagarono molto più caro l'errore di essersi guardati alle spalle. Di nuovo udimmo l'agghiacciante verso musicale: «Tekeli-li! tekeli-li!».
Conviene che io sia sincero, anche se non riesco a sopportare l'idea di farlo in modo diretto e dica ciò che vedemmo, benché, sul momento, non osassimo neppure ammetterlo l'uno con l'altro. Le parole che giungeranno al lettore non potranno rendere nemmeno lontanamente l'orrore di ciò che vedemmo: la nostra coscienza ne fu così schiacciata che sono stupito della nostra residua capacità di oscurare le torce, come ci eravamo prefissi e imboccare la galleria giusta verso la città morta. Solo l'istinto deve averci guidato, forse meglio di quanto avrebbe potuto fare la ragione; ma se è stato questo a salvarci, abbiamo pagato un prezzo molto alto. Di ragione ce ne restava sicuramente poca. Danforth era completamente fuori di sé e la prima cosa che ricordo del resto del viaggio è la sua voce che ripeteva avventatamente una cantilena che io solo, in tutta l'umanità, ero in grado di attribuire a qualcosa d'altro che semplice follia. Risuonava, un po' in falsetto, tra i versi dei pinguini, le volte che si spalancavano davanti a noi e quelle – per fortuna deserte – che ci eravamo lasciati alle spalle. Una cosa era certa: non si era messo a cantare subito, o non saremmo stati vivi e intenti a correre come pazzi. Tremo al pensiero di quello che sarebbe potuto accadere se la sua reazione nervosa fosse stata solo un attimo più intempestiva.
«South Station Under... Washington Under... Park Street Under... Kendall... Central... Harvard...» Il disgraziato snocciolava le familiari stazioni della galleria ferroviaria Boston-Cambridge, scavata nel pacifico suolo natio della Nuova Inghilterra a migliaia di chilometri di distanza; eppure quella litania non mi parve insensata e non mi diede alcun senso di familiarità e conforto. Anzi, era orribile, perché sapevo senz'ombra di dubbio quale tremenda analogia l'avesse suggerita. Guardandoci alle spalle e a patto che la nebbia si fosse diradata abbastanza, ci eravamo aspettati di vedere uno di quegli incredibili esseri in movimento. Ormai ce n'eravamo fatti un'idea abbastanza chiara. Ciò che vedemmo invece, grazie a un assottigliarsi fin troppo sinistro dei vapori, fu qualcosa di completamente diverso e infinitamente più orribile e disgustoso. Era l'assoluta, concreta incarnazione della ‘cosa che non dovrebbe esistere’ cara ai romanzieri e il paragone più comprensibile che si possa fare con un oggetto del nostro mondo è...